La mia Prima Capa Donna

Il Diavolo Veste Prada è stato un film spassosissimo, per chiunque non abbia vissuto una carriera di quel tipo.

Io ancora non lo posso rivedere.

Nel corso della mia vita professionale a servizio della mia personalissima Miranda Priestly, sono stata nella maggior parte delle location del film e non è stata una passeggiata di salute.

Ho perso 20 kg per lo stress, dormivo una media di 4 ore per notte, stavo sveglia come un gufo nell’ansia che potesse arrivarmi “un suo messaggio”.

Una delle mie storie d’amore è persino finita.

In sostanza stavo con lei.

Oltre a lavorare come una bestia (il che, ovviamente, era la normalità che vuoi, un biscottino?) le risolvevo i drammi esistenziali personali.

Tali drammi andavano dalla dichiarazione dei redditi al reclamo all’agenzia viaggi, allo shampoo in flenglish (quella specie di patois fra milanese e inglese che parlano le tate di origine filippina) alla collaboratrice domestica che era in ritardo di due minuti dell’andare a prendere il piccolo PierFrancy a scuola (il quale puntualmente mi guardava con un misto fra compatimento e disgusto anche alla tenera età di cinque anni).

Tutto questo, però, era nulla. La cosa più umiliante era risolverle i drammi personali. I drammi con gli uomini e con i genitori.

La verità è che per farmi lavorare anche fuori dall’orario dello straordinario, aveva instaurato un rapporto che aveva del morboso.

Mi faceva pensare di avere un rapporto privilegiato, in realtà ero il suo cane misto zerbino a buon mercato.

Tenevo tutti i suoi segreti, facevo il mio lavoro e anche il suo, così che lei potesse fare eccellente figura con il board e con i clienti.

In cambio mi portava in riunione per tenerle le pratiche, mi portava in trasferta, mi faceva conversare in francese con suo figlio, che già mi diceva “tu me degoute“, espressione borbonica di stima e rispetto.

Mi raccontava delle cene, delle feste, dei suoi fidanzati. Mi chiedeva di aiutarla a lasciare questi ultimi via messaggio.

Quindi dopo la corrispondenza ordinaria, passavamo alla sua posta del cuore.

Una volta sono rimasta indietro sulle mie cose perché avevo da fare le sue e da gestire due suoi amanti. È andata dritta a lamentarsi dal board e quell’estate non ho avuto il bonus.

Ha compensato con una trasferta e, mentendo, mi ha condito che non dipendeva da lei.

Le preparavo convegni e la vita.

Ciononostante, il suo preferito era sempre e comunque un uomo (caruccio peraltro…non il mio tipo, ma trombabile).

È stata una delusione infinita. Ero la sua assistente. Proprio perché donna, da me si sentiva minacciata e preferiva un uomo come suo successore.

Perciò  ho ripreso in mano la mia di vita e ho scelto un’altra carriera.

Lei mi ha fatto delle raccomandazioni standard anche se ho retto meno di un anno. Non ci sentiamo più, ma ogni tanto ci incrociamo ad eventi. È come vedere un fantasma di una vita che ho lasciato.

Forse è stato perché una donna per arrivare in posizioni apicali deve lavorare il doppio di un uomo, quindi con le altre donne deve essere inaccessibile e triplamente cattiva.

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O forse, semplicemente, sarà che la mia personale Miranda è una stronza.
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4 thoughts on “La mia Prima Capa Donna

  1. Questa esperienza lavorativa è stata davvero faticosa , e ti è servito per crescere .Ho sempre lavorato con capi che erano sia donne e uomini e a distanza di anni penso che sono stati dei sfruttatori che non hanno rispetto per i loro dipendenti ma pensano solo al loro avidità di fama e denaro 😦 Spero che ti farà piacere perché ti ho taggata qui https://violetadyliopinionistapercaso2.wordpress.com/2016/06/28/quote-challenge-day-2/
    Buon martedì 😀 Viola

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    1. Ciao Viola, grazie mille per il tag, mi fa molto piacere 🙂 Quella a cui mi sono ispirata è stata una delle vicende che nel bene e nel male ha segnato di più la mia vita professionale. La discriminazione sul luogo di lavoro esiste. Spesso siamo naive e ci aspettiamo che un capo donna faccia la differenza. In certi casi, la fa. In altri anche, ma in negativo 😉 un ottimo martedì a te 🙂 A. A.

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